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La chiesa (2/4)

Non era del tutto ultimata la costruzione quando decisero di aprire la chiesa al culto: ciò avvenne il 27 maggio 1641 ad opera di mons. Rinuccini, vescovo di Fermo. Venne scelta come sua propria festa quella dell’Ascensione, e si riuscì ad ottenere per tale solennità l’indulgenza plenaria, concessa da papa Innocenzo X. La chiesa fu ultimata nel 1663, così come riferisce il nostro concittadino padre Pietro Carnili nei suoi Annali del 1666, il quale annota che, per l’occasione, aveva luogo nei prati adiacenti un piccolo mercato.

La chiesa era ad una navata con tre cappelle sfondate da entrambi i lati e il soffitto a volta; lunga circa 13 metri e larga 10, era abbastanza grande per essere una chiesina suburbana. L’affresco del Crocifisso, coperto da una vetrina entro una cornice di legno, dominava sopra l’unico altare di fronte all’ingresso principale.

Circa un secolo dopo l’edificio dette qualche segno di essere poco stabile: vennero notati dei movimenti nei muri e la volta minacciò di crollare; questa fu demolita nel 1762, forse perché ancor più pericolante dopo il disastroso terremoto del gennaio 1760. Di questa chiesa abbiamo notizie molto dettagliate in quanto nel 1765 il vicario foraneo don Francesco Carnili, in esecuzione degli ordini del vescovo mons. Paracciani, redasse un inventario, riprendendone uno del 1727 ed integrandolo con ciò che aveva trovato e veduto sul momento.

Il lodevole interessamento della Confraternita servì a mantenere con decoro la chiesa, nonostante i problemi di stabilità, ma alcuni avvenimenti di fine secolo determinarono un ulteriore peggioramento della situazione: il terremoto del 1795, che aggravò la stabilità dell’edificio; la carestia seguita alla siccità dello stesso anno; l’arrivo delle armate francesi; le razzie e l’obbligo di mantenere le truppe durante il periodo della Repubblica Romana; la situazione di grave precarietà economica dovuta alle vicende napoleoniche.

La chiesa versava in uno stato di abbandono tale da indurre il vescovo ad emettere nei confronti della Confraternita una ingiunzione di immediati interventi di consolidamento.

Subito si chiese e si ottenne una proroga, ma la stessa Confraternità, constatata l’impossibilità di intervenire, date le ristrettezze economiche in cui versava e forse anche per il poco interessamento della gente, inoltrò istanza al vescovo perché le fosse concesso di vendere i materiali dell’edificio, riservandosi il possesso della porzione di muro con l’Immagine, pensando di trasferirla in altro luogo.

Ottenuti i permessi necessari, ultimato l’iter burocratico, la chiesa fu messa all’asta nel 1807. Tale decisione fu accolta malvolentieri dai devoti del Crocifisso, che addirittura minacciarono gli acquirenti, tuttavia il 4 aprile 1808 l’atto di vendita fu stipulato.

Proprio in quel mese ci furono profondi sconvolgimenti nello stato Pontificio e già a maggio le Marche erano state annesse al Regno Italico, con capitale Milano.

A settembre gli acquirenti iniziarono la demolizione: era già stato scoperchiato il tetto e i muri erano stati smantellati fino a “40 palmi dal suolo” (circa 8 metri), quando molti devoti e abitanti della zona si recarono sul posto costringendo gli operai a interrompere i lavori.

Si avvicinava l’inverno e si pensò di riparare in qualche modo dalle intemperie il dipinto. Un muratore pose sopra il Crocifisso una tavola in pendio, incastrata nel muro a mo’ di scolatoio, e sotto bollò con quattro o cinque chiodi una coperta sull’intelaiatura ai lati dell’affresco. Sopra pose un altro telo, fissandolo con due pezzi di legno in modo da tenerlo a freno.

Le porte furono chiuse e l’Immagine rimase nell’incuria più completa per circa nove mesi.

Forse fu un po’ dimenticata, dati i tempi non certo sereni; basta pensare ai cambiamenti operati dal regime napoleonico riguardo alla soppressione degli ordini religiosi e delle confraternite.

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